No. 224  22-28 febbraio 2006

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Attenti ai telefoni!

    Lo scorso anno, il Servizio Romeno Informazioni ha intercettato le telefonate di 2.373 persone, realizzate da più di 6.000 apparecchi. L’80% dei sorvegliati è composto da stranieri

All’inizio della scorsa settimana, su convocazione del presidente Basescu, c’è stata una seduta del Consiglio Supremo della Difesa del Paese (CSAT). Secondo quanto annunciato, il CSAT avrebbe dovuto dibattere e approvare alcuni progetti di legge riguardanti la sicurezza nazionale. Durante le discussioni però è stato toccato anche un altro tema: le intercettazioni telefoniche compiute dal Servizio Romeno Informazioni (SRI). L’argomento è balzato agli onori delle cronache un po’ di settimane fa, quando il magnate Dinu Patriciu aveva affermato che i magistrati stavano indagando sul suo conto in base a intercettazioni illegali delle sue telefonate, motivo per cui ha anche fatto causa al SRI. Che il tema sia scottante lo ha dimostrato anche il presidente Basescu, quando, alla fine della seduta del CSAT, ha esordito nella conferenza pubblica precisando il numero di intercettazioni compiute dal SRI nel 2005.

Il premier, rifiutato

Il capo dello stato, dopo la riunione del CSAT, ha cos’ esordito: “Osservo nell’ultimo periodo una vera competizione di dichiarazioni secondo le quali siamo ovunque ascoltati. Ecco la cifra ufficiale: 2.373 persone e 6.370 telefoni. Perché se una persona doveva essere ascoltata, le venivamo messi sotto controllo tutti i telefoni posseduti. Alcuni hanno tre cellulari, altri sette, altri uno. Stando alla competizione di cui sopra sembrava che fossimo 20 milioni di intercettati, da parte degli altri due milioni di cittadini”. Basescu ha comunicato agli interessati di uscire da “questa psicosi”, perché lo stato romeno è ben lungi dall’essere un regime poliziesco. “Lo so che è bello andare in TV, affermare «Sono ascoltato!», «Ascoltano anche me». Cari miei non ci sono così tanti criminali in Romania, ma di norma si ascoltano i telefoni di chi mette a repentaglio la sicurezza nazionale del paese. Non dovete credere che chi ascolta queste telefonate sia interessato agli appuntamenti galanti, agli adulteri o a cose di questo genere”. Basescu ha precisato che tutti i mandati di intercettazione sono stati emessi da giudici e hanno riguardato all’80% cittadini stranieri, alcuni dei quali poi sono stati espulsi.

Le discussioni all’interno del CSAT sono cominciate, perché il telefono dell’imprenditore Dinu Patriciu, indagato dalla Procura, sarebbe stato ascoltato dal SRI, tra il 2003 ed il 2004, in base ad un mandato considerato da molti illegale. L’incongruenza dei pareri è dovuta al fatto che il mandato d’intercettazione nel caso Patriciu non è stato approvato da un giudice, come prevede il Codice Penale, ma direttamente ordinato dai procuratori, in base a due deliberazioni del 2002 e del 2004. Per eliminare tutti i sospetti, il premier Tariceanu ha richiesto al CSAT l’abolizione del segreto imposto su queste due deliberazioni, ricevendo però un secco rifiuto da parte del capo dello stato. “Non possiamo creare un precedente e rendere pubbliche queste deliberazioni del CSAT. Queste però rimangono a disposizione degli organi inquirenti e del Tribunale e potranno consultare quando vogliono, senza più chiedere l’approvazione del CSAT”, ha dichiarato il capo dello stato. Basescu ha precisato a Tariceanu che egli si assume tutte le responsabilità della decisione di mantenere segrete le deliberazioni del CSAT, poiché, in primo luogo, desidera proteggere quest’istituzione ed evitare che “nascano dei malintesi”.

Sconfitta di Basescu sul problema delle leggi per la sicurezza nazionale

La chiusura della questione delle intercettazioni telefoniche non ha corrisposto con la fine delle polemiche tra presidente e premier, durante la seduta del CSAT. Infatti, provocando le ire del capo dello stato, i liberali si sono opposti all’adozione da parte del CSAT di una nuova strategia di sicurezza e di un pacchetto di legge riguardante i servizi segreti, che a questo punto saranno adottati tra più di 30 giorni e, rispettivamente, di 60 giorni. Secondo fonti interne al CSAT, il primo ministro Tariceanu avrebbe sostenuto immediatamente di non accettare alcuna strategia di sicurezza e nemmeno dei pacchetti di legge, elaborati da persone con la mentalità di ex militanti del partito comunista e della Securitate. Lo scambio di battute tra i liberali, sostenuti anche dal ministro della Giustizia, Monica Macovei, ed il capo dello stato è stato molto duro. Per quanto concerne la sicurezza nazionale, secondo i liberali si pone tropo accento sulla corruzione considerata come una minaccia all’indirizzo della sicurezza nazionale. Un appoggio che alimenta la percezione all’estero della Romania come uno stato in cui non si fanno progressi nella lotta contro questo fenomeno. Ai rappresentanti liberali non piace nemmeno il concetto di malgoverno, utilizzato dal presidente Basescu per parlare di pericoli alla sicurezza nazionale, Secondo i liberali l’idea di Basescu sarebbe presa da alcuni stati dell’america Latina e dei Balcani. Altre polemiche sono scoppiate riguardo al progetto che permetterebbe agli ufficiali di turno di redigere degli atti preliminari a carattere probatorio (partecipare alle indagini, realizzare perquisizioni ecc.), anche se, secondo la legge, questo diritto spetti solo ai procuratori e alla Polizia. Il presidente si è infuriato ad ogni intervento dei suoi oppositori, ma alla fine è stato obbligato ad accettare un compromesso, perché nel CSAT le decisioni si prendono all’unanimità. Tuttavia il presidente ha voluto lanciare un’ultima minaccia: “Se entro 30 giorni non ricevo da voi le osservazioni riguardo alla strategia della sicurezza, faccio un intervento pubblico in cui dirà che per colpa vostra non posso adempier e le mie attribuzioni costituzionali!”. Le altre leggi riguardanti i Servizi Segreti saranno approvate tra 60 giorni, ma anche in questo caso il capo dello stato ha rifiutato con ostinazione di renderle pubbliche, decidendo di mantenerle segrete per tutto questo periodo.

Paul Musat


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